Archivio | dicembre 2011

Xena, warrior princess

« Al tempo degli Dei dell’Olimpo, dei signori della guerra e dei re che spadroneggiavano su una terra in tumulto, il genere umano invocava il soccorso di un eroe per riconquistare la libertà. Finalmente arrivò Xena, l’invincibile principessa guerriera forgiata dal fuoco di mille battaglie. La lotta per il potere, le sfrenate passioni, gli intrighi, i tradimenti furono affrontati con indomito coraggio da colei che, sola, poteva cambiare il mondo. »

Xena – Principessa guerriera (Xena: Warrior Princess) è una serie televisiva statunitense di ambientazione fantasy mitologico. Prodotta dal 1995 al 2001, nacque come spin-off della serie Hercules.

Fantasy storico ambientato nell’antica Grecia (pur ricca di anacronismi ed imprecisioni), la serie narra le avventure di Xena (già personaggio antagonista di Hercules nell’omonima serie, interpretata da Lucy Lawless), una signora della guerra pentita, in viaggio per redimere i suoi peccati passati. Xena è accompagnata nei suoi viaggi da Olimpia (Renée O’Connor), una giovane donna che diventa la sua migliore amica e la sua alleata più fidata. La serie è stata girata in Nuova Zelanda.

La serie prende a prestito liberamente nomi e temi da varie mitologie di tutto il mondo, principalmente dalla Mitologia greca, adattandoli per soddisfare le necessità della storia. Figure storiche ed eventi reali fanno numerose apparizioni, e ai personaggi principali sono spesso attribuite risoluzioni di importanti situazioni storiche. Queste includono un incontro con Omero (prima che diventasse famoso), in cui Olimpia incoraggia le sue aspirazioni di cantore; la caduta di Troia; e la cattura di Giulio Cesare da parte dei pirati, con Xena che interpreta il capo dei pirati. Questo originale miscuglio di ere e l’amalgama di elementi mitologici e storici permisero alla serie di diventare un vero e proprio cult negli anni novanta.

Lo show è un miscuglio di stili, che vanno dal melodramma in un episodio alla farsa in un altro. Nonostante ambientata in tempi antichi, i temi della serie sono essenzialmente moderni: assumersi le responsabilità per le azioni malvagie compiute in passato, il valore di una vita umana, la libertà personale, il sacrificio e l’amicizia. Il contesto fantastico flessibile della serie ospitava una considerevole varietà di stili, incluso un originale episodio musical. Nonostante lo show spesso proponga dilemmi etici come la moralità del pacifismo, la storia raramente cerca di dare una soluzione univoca.

In aggiunta a Xena ed Olimpia, la serie mostra anche un grande assortimento di personaggi ricorrenti, inclusi gli avversari Marte (Kevin Tod Smith) e Callisto (Hudson Leick), e gli amici fidati Autolico (Bruce Campbell) e Corilo (Ted Raimi).

 

 

                       

 

 

 

Telefilm ‘mitici’

Hercules (Hercules: The Legendary Journeys) è una serie televisiva statunitense. È stata prodotta dal 1995 al 2000 ed è vagamente basata sui racconti dell’eroe culturale Ercole-Hercules. Venne prodotta per sei stagioni diventando uno degli show più seguiti nella storia della televisione americana.

Ambientato in una fantastica versione della Grecia antica non precisamente localizzata nel tempo,anche se nel quinto episodio della prima stagione un soldato dice di aver combattuto nella guerra di Troia,lo show vede come protagonista Kevin Sorbo nei panni di Hercules affiancato da Michael Hurst nei panni del suo fidato amico Iolao. Le vicende narrate riguardano l’intento di Hercules e Iolao di salvare persone e villaggi da mostri, forze del male, egoismo degli dei… Nei primi episodi, come viene menzionato nella sigla, la principale nemica di Hercules era la sua matrigna Era (Giunone), che cercava di distruggerlo servendosi di vari mostri, poiché egli era la testimonianza vivente dell’infedeltà del marito, Zeus (Giove). In seguito nella serie, il malvagio dio della guerra, Ares (Marte), sostituisce Era nel ruolo di principale antagonista. Verso la fine della serie lo stesso Marte viene sostituito nel suo ruolo dal dio malvagio Dahak, il principale nemico di Hercules nella stagione 5 che porta l’eroe a dover recarsi in Babilonia, Scandinavia e Irlanda. Sebbene Hercules dica che Giove lo ha trascurato, l’amore di questo per Hercules viene più volte documentato dallo show. In effetti, Hercules è spesso nominato come il “figlio favorito di Giove”. Giove appare parecchie volte nello show, persino per salvare la vita di suo figlio e restituendogli la sua forza sovrumana quando ce ne è bisogno. Hercules, da parte sua, è sempre disponibile ad aiutare il padre quando chiede aiuto e alla fine i due si riappacificano.

Nei primi episodi della serie gli dei non avevano forma umana ma si manifestavano attraverso le forze della natura (tranne Zeus): per esempio Marte si manifestava o tramite la luna o tramite una pozza di sangue oppure in forma mostruosa. Solo in seguito assunsero forma umana.

Lo show ha avuto uno spin-off di successo: Xena – Principessa guerriera, con il quale Hercules condivide alcuni personaggi come Marte (Kevin Tod Smith), Autolico (Bruce Campbell), Salmoneo (Robert Trebor) e Venere (Alexandra Tydings). Entrambi gli show, sebbene prodotti in Nuova Zelanda usando attori principalmente locali, che parlano con un accento americano, sono divenuti di fama mondiale.

Walt Disney presenta un film d’animazione ‘mitico’

 

 

Il film narra le avventure di Eracle/Ercole (nel film chiamato con il suo nome latino, Hercules), figlio di Zeus nella mitologia greca, centrandosi maggiormente non tanto sulle famose dodici fatiche.

Ade, malvagio dio dell’oltretomba, cerca di ottenere la sua rivincita nei confronti di Zeus e di poter conquistare il monte Olimpo. Convoca quindi le tre Parche, dalla quale ottiene utili informazioni per il futuro. Fra 18 anni i pianeti si allineeranno, e sarà possibile liberare i Titani, grazie ai quali potrà raggiungere il suo obiettivo. Ma una di loro ammonisce Ade: “Un piccolo monito giunge infine, se Ercole combatte, per te è la fine”.

 

 

Ercole, figlio di Zeus ed Era, è ammirato e festeggiato da tutte le divinità. Durante la notte, viene rapito e reso mortale da Pena e Panico, due diavoletti schiavi di Ade. Viene ritrovato da Alcmena e suo marito Anfitrione, due esseri umani mortali che lo crescono come loro figlio, nonostante Hercules si dimostri ben più dotato degli altri ragazzi della sua età. Diventato ormai adulto, i suoi genitori adottivi gli rivelano la verità ed Hercules decide di partire per il Tempio di Zeus per trovare le sue risposte. Arrivato scopre di essere il figlio di Zeus, ma che non potrà tornare a casa finché non sarà diventato un eroe.

Sale a cavallo del suo Pegaso, che gli era stato dato in dono dal padre stesso quanto era ancora in culla, e si dirige alla ricerca di Filottete, un satiro addestratore di eroi. Inizia il suo addestramento e nonostante le prime difficoltà riesce ad uscirne acclamato da tutti. Nel corso della sua avventura s’innamorerà di una donna di nome Meg (Megara) (salvata da un Centauro prepotente) la cui anima è indebitata ad Ade. Ercole arriva nell’affollata città di Tebe, dove però tutti lo ignorano credendolo uno in cerca di pubblicità, ma dopo aver sconfitto il mostruoso Idra, viene acclamato da tutti. Il dio degli Inferi tenta di sconfiggerlo con moltissimi mostri, ma il giovane eroe pare imbattibile.

 

              

 

Quest’ultimo ritorna al tempio di Zeus e racconta al suo padre le proprie avventure, dicendo infine di essere pronto a diventare un dio, visto che è l’uomo più amato dalla Grecia. Zeus si congratula con il figlio, ma spiega che essere famosi non significa essere un eroe e gli dice di guardare nel suo cuore. Ade decide di sfruttare Meg, capendo che il vero punto debole di Ercole è l’amore che ripone verso di lei. Chiede quindi, in cambio della liberazione di Meg, di poter sottrarre tutti i poteri di Hercules per un solo giorno (quello dell’allineamento dei pianeti). I Titani vengono liberati e tutto sembra andare per il peggio, ma Ercole riesce a sconfiggerli usando l’astuzia, anziché la forza, a cui aveva rinunciato. Compiuta questa impresa, Ercole non si accorge che una colonna sta per crollargli addosso. Lo salva Meg, spingendolo ma rimanendo a sua volta schiacciata e in seguito morendo. A questo punto il patto con Ade, che aveva promesso che sarebbe rimasta illesa, è rotto ed Ercole può riprendere in pugno la situazione e salvare il monte Olimpo, dove libera il padre e gli dei e insieme sconfiggono di nuovo di Titani. Non sopportando il dolore per la perdita dell’amata Meg, Ercole si spinge fino al regno dei morti per riportarla sulla terra, sconfiggendo il malvagio Ade.

 

Per tutte le sue imprese riesce a diventare un vero eroe ed ottiene il consenso di poter entrare al monte Olimpo. Ma, sapendo che restando Dio dovrà rinunciare a Meg, Ercole rinuncia al suo posto nell’olimpo per lei. Dopo aver preso questa decisione, lui e Meg si scambiano un lungo e appassionato bacio d’amore.

 

Un cartone con protagonisti gli dei della Grecia

…C’ERA UNA VOLTA…POLLON

“Sulla cima dell’Olimpo c’è una magica città: gli abitanti dell’Olimpo sono le divinità; poi lì c’è una bambina che ancora dea non è, è graziosa e birichina Pollon il suo nome è!”.
Nel lontano 1984 compare per la prima volta sullo schermo italiano questo “mitico” personaggio destinato ad essere accolto a pieno titolo nell'”Olimpo” dei cartoni animati più ricordati degli anni ’80-’90. Pollon è la protagonista di questa simpatica serie ambientata nell’antica Grecia, precisamente sul Monte Olimpo, anche se, come vuole la tradizione, le vicende divine si intrecciano continuamente con gli affari terrestri; la mitologia greca viene riproposta abbastanza fedelmente in questa versione comica ed estremamente caricaturiale: Zeus conserva la sua folta barba e il chiodo fisso delle donne; sposato con Era, un’avvenente bionda con le calze a rete, Zeus viene puntualmente sorpreso durante le sue scappatelle e punito a suon di fulmini dalla moglie.
          
Non mancano all’appello tutti gli altri dei, tra cui Efesto, il dio del fuoco che ha una benda sull’occhio destro, e Artemide, la permalosissima dea della caccia sempre in competizione con Era e Afrodite, la dea della bellezza che passa la maggior parte del tempo a truccarsi davanti allo specchio. Eros, il giovanissimo cupido, dio dell’amore armato di arco e frecce, è talmente brutto e sgraziato da far vergognare perfino sua madre, Afrodite, che lo obbliga a chiamarla “sorella”…
                                    
Il dio del mare, Poseidone, è un uomo gigantesco perennemente scottato che non sa nuotare, Dionisio è pelato con la pancia sempre piena di vino, e la dea della saggezza, Atena, è forse l’unica divinità con un po’ di sale in zucca; tra gli altri ricordiamo Apollo, figlio di Era e Zeus, che trasporta svogliatamente il sole su un carretto trainato da Dosankos, un ronzino (detto tra noi, il sole e il suddetto ronzino, hanno un’espressione davvero poco intelligente…). La nostra dolce Pollon è proprio la figlia prediletta del dio del sole, e attraverso le sue avventure abbiamo la possibilità di rivivere i celebri miti grechi in chiave umoristica; dopo aver stabilito un patto con nonno Zeus, la giovane “apprendista dea” dovrà risolvere i guai degli uomini e degli dei (guai spesso e volentieri causati proprio da Pollon!) per riempire il suo magico salvadanaio: Zeus le donerà una moneta ogni volta che compirà una buona azione.
       
La strada per diventare una vera dea è lunga e intricata, ma dalla sua parte Pollon ha l’aiuto di Eros, il suo inseparabile amico “pennuto” (lui a sua volta la chiama affettuosamente “poppante”), e l’appoggio della Dea delle dee, una sorta di madrina che la salva dalle brutte situazioni e che può essere invocata tramite un fermaglio speciale. L’ultima fatica di Pollon consisterà nel cercare di recuperare tutti i mali usciti dal vaso di Pandora: in quest’occasione la ragazzina scoprirà che la Dea delle dee era nientemeno che la Dea della speranza, che nell’ultimo episodio le cederà il titolo, come segno di riconoscenza per aver imprigionato tutti i mostri nel vaso.
La mitologia diventa una simpatica materia di studio nei pomeriggi della nostra infanzia, e mentre si rideva per le (dis)avventure dei protagonisti, finivamo anche per imparare gli affascinanti miti greci. Davvero un cartone simpatico!

Ancora su Scilla e Cariddi

Ecco come Ovidio (Metamorfosi, XIII, 924 e sgg) narra l’episodio:        

Era un bel prato lì presso la spiaggia, cui parte copriva                                   

L’onda del mare, cingevano parte le tenere erbette,                                   

Che le giovenche cornute non morsero lè quiete                                   

Pecore mai non brucarono nè mai l’irsute caprette.                                   

…Per primo                                   

Sopra quel cespo sedetti seccando le madide nasse;                                   

E, per contarli, sul prato disposi con ordine i pesci (…)                                   

Tutti quei pesci cominciarono a muoversi al tocco dell’erba,                                   

Guizzano e saltano in terra così come fossero in mare.                                   

Mentre mi indugio e stupisco, lo stuolo di tutti quei pesci                                   

Gittasi dentro nell’onde native e me lascia e la spiaggia.  (…)                                   

Mi meraviglio, rimango perplesso, ne cerco la causa,                

se qualche nume abbia fatto il miracolo o il succo dell’erba.                  

Ma qual’è l’erba così portentosa? Ne velsi un pugnetto                                   

Con una mano e la morsi coi denti. Ma come la gola                                   

Ebbe inghiottito l’incognito succo, sentii trepidarmi                                   

Tosto i precordi e nel petto l’amore di un altro elemento.                                   

Poco potei rimanere sul lido e sclamai: – Vale, terra,                                   

Dove non ritornerò! – e m’immersi col corpo nell’onde.                                  

Gli dei marini degnarsi d’accogliermi come compagno;                                   

Pregar l’Oceano e Teti di tormi la parte mortale. (…)

Quando rinvenni trovai che del tutto non ero più quello                                   

c’ero già stato pel corpo e che l’animo aveno diverso.                                   

Di verde cupo mi vidi la barba allor tinta la prima                                   

Volta ed i lunghi capelli che strascico sul vasto mare;                                   

Vidi le braccia cerulee e gli omeri fatti stragrandi                                   

E, come cosa di pesce, ricurve le gambe all’estremo.”

Ecco la descrizione che Omero fa di Scilla (Odissea, XII, 112 e sgg)                                           

 “Scilla ivi alberga, che moleste grida                                               

Di mandar non ristà. La costei voce                                               

Altro non par che un guaiolar perenne                                               

Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce                                               

Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse,                                               

 Non mirerebbe in lei senza ribrezzo,                                               

Dodici ha piedi, anteriori tutti,                                               

Sei lunghissimi colli e su ciascuno                                               

Spaventosa una testa, e nelle bocche                                               

Di spessi denti un triplicato giro,                                              

  E la morte più amara di ogni dente.                                             

 Con la metà di se nell’incavo                        

Speco profondo ella s’attuffa , e fuori                        

 Sporge le teste, riguardando, intorno,                       

  Se delfini pescar, lupi, o alcun puote                        

Di Que’ mostri maggior che a mille a mille                        

Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre.                        

Né mai nocchieri oltrepassaro illesi:                        

Poichè, quante apre disoneste bocche,                        

Tanti dal cavo legno uomini invola”        

Secondo Virgilio Scilla fu trasformata in un essere che dal petto in su aveva sembianze di donna mentre dal petto in giù  aveva sembianze di lupo e di pesce. Narra infatti Virgilio dell’Eneide (III, 681-689)

Scilla dentro a le sue buie caverne                

Stassene insidiando; e con le bocche                

De’ suoi mostri voraci, che distese                

Tien mai sempre ed aperte, i naviganti                

Entro al suo speco a se tragge e trangugna.                

Dal mezzo in su la faccia, il collo e ‘l petto                

Ha di donna e di vergine; il restante               

  D’una pistrice, immane, che simili                

 A’ delfini ha le code, ai lupi il ventre.

           

Miti e leggende greche locali: tra Calabria e Sicilia

  SCILLA E CARIDDI

    

          Nelle storie che ci sono state tramandate si narra che presso l’attuale città di Reggio Calabria, vivesse un tempo la bellissima ninfa Scilla, figlia di Tifone ed Echidna (o secondo altri di Forco e di Crateis).

Scilla, cui la natura aveva fatto dono di una incredibile grazia, era solita recarsi presso gli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un rumore provenire dal mare e notò un’onda dirigersi verso di lei. Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde ed i capelli, lunghi sino alle spalle, pieni di frammenti di alghe. Era un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glaucoche un prodigio aveva trasformato in un essere di natura divina. Scilla, terrorizzata alla sua vista perchè non capiva di che tipo di creatura si trattasse, si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva nelle vicinanze. Il dio marino, vista la reazione della ninfa, iniziò ad urlarle il suo amore e a raccontarle la sua drammatica storia. Era infatti un tempo Glauco un pescatore della Beozia e precisamente di Antedone, un uomo come tutti gli altri, che trascorreva le sue lunghe giornate a pescare. Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, ed aveva allineato i pesci sull’erba per contarli quando, appena furono a contatto con l’erba, iniziarono a muoversi, presero vigore, si allinearono in branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno al mare.

              

                Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare ad un miracolo o ad uno strano capriccio di un dio. Scartando però l’ipotesi che un dio potesse perdere tempo con un umile pescatore come lui, pensò che il fenomeno dipendesse dall’erba e provò ad ingoiarne qualche filo. Come l’ebbe mangiata, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino trasformarlo in un essere attratto irresistibilmente dall’acqua. Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono OceanoTeti di liberarlo dalle ultime sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce.

Scilla, dopo aver ascoltato il racconto di Glauco, noncurante del suo dolore, andò via lasciandolo solo e disperato. Allora Glauco pensò di recarsi all’isola di Eea dove sorgeva il palazzo della maga Circe sperando che potesse fare un sortilegio per far innamorare Scilla di lui. Circe, dopo che Glauco ebbe raccontato il suo amore lo ammonì duramente, ricordandogli che era un dio e pertanto non aveva bisogno di implorare una donna mortale per farsi amare e per dimostrargli quanto lui si sbagliasse a considerarsi sfortunato, gli propose di unirsi a lei. Ma Glauco si rifiutò di tradire il suo amore per Scilla e lo fece in modo così appassionato che Circe, furiosa per essere stata rifiutata a causa di una mortale, decise di vendicarsi.  Non appena Glauco se ne fu andato, preparò un filtro e si recò presso la spiaggia di Zancle, dove Scilla era solita recarsi. Versò il filtro nel mare e ritornò quindi alla sua dimora. Quando Scilla arrivò, accaldata dalla grande afa della giornata, decise di immergersi nelle acque limpide. Ma, dopo essersi bagnata, vide intorno a se mostruose teste di cane, rabbiose e ringhianti. Spaventata cercò di scacciarle ma, una volta fuori dall’acqua, si accorse che quei musi erano attaccati alle sue gambe tramite un lungo collo serpentino. Si rese allora conto che sino alle anche era ancora una ninfa ma dalle anche in giù spuntavano sei teste feroci di cane, ognuna con tre file di denti aguzzi.

Fu tale l’orrore che Scilla ebbe di se stessa che si gettò in mare e prese dimora nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava Cariddi.  Era questa figlia di Forco (o di Poseidone) e di Gea e per avere rubato ad Eracle i buoi di Gerione, Zeus la fulminò e la tramutò in un terribile mostro marino (alcuni autori narrano invece che fu uccisa da Eracle stesso, ma fu poi resuscitata da suo padre Forco) destinandola ad ingoiare e a rigettare tre volte al giorno l’acqua del mare. Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase innamorato dell’immagine di grazia e dolcezza che la ninfa un tempo rappresentava.

Scilla e Cariddi, entrambe spaventosi mostri marini, erano quindi l’una vicino all’altra a formare quello che le genti moderne chiamano “Lo Stretto di Messina” e mentre Cariddi ingoia e rigetta tre volte al giorno l’acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attenta alla vita dei naviganti con le sue sei teste cercando di ghermire altrettanti marinai.

Una leggenda greca in Calabria: Ligea!

                                                                                                                       
Ligea è una figura della mitologia dell’antica Grecia e di Roma. Nell’arte greca, fin dal periodo arcaico, fu raffigurata con busto di donna dalle braccia nude e con corpo di uccello con coda e ampie ali. Compare in statue isolate e in rilievi ad ornamento di tombe, generalmente in atto di suonare la cetra, oppure in vasi dipinti, mosaici, pitture, sarcofagi romani. Considerate originariamente geni della morte, le sirene, capaci di ammaliare gli uomini, hanno avuto larga parte nell’Odissea di Omero quali tentatrici, con il loro canto, del re Ulisse.
La loro sede fu variamente localizzata nell’Italia meridionale, mentre il loro numero variò da due a quattro. Erano considerate figlie di Forci e di Ceto. La leggenda dice che, compagne di giochi di Persefone, per non aver salvato dal rapimento da parte di Plutone la figlia di Demetra, furono da questa trasformate in sirene.       Nel 1998 su Piazzetta S. Domenico, nel mio paese, a Nicastro (oggi Lamezia Terme), in Calabria, hanno inaugurato una statua, opera dell’artista napoletano Dalisi, dedicata alla sirena Ligea.       Secondo la leggenda Ligea, la più piccola delle sirene, come le sue consorelle, subì un tragico destino. Decisa a morire, si affidò al mare in tempesta da cui si fece trasportare senza opporre resistenza finché non arrivò al Golfo di Sant’Eufemia. Fu trovata morta dai marinai sulla riva dell’Ocinaro, dove fu sepolta. Su una piccola isola formata da materiale ghiaioso trasportato durante le alluvioni fu eretto un gran monumento a suo ricordo. Si ipotizza che l’Okinaros altro non fosse che il fiume Bagni, la cui foce a quell’epoca molto frastagliata era circondata da una vegetazione molto fitta. “O viandante, se vorrai conoscere il percorso della sirena Ligea che sarà spinta dai flutti a Terina…I Faleri la seppelliranno nelle arene del lido contiguo ai vortici dell’Ocinaro dove era anche il sepolcro del Marte dalle corna di bue, dovrai attraversare la Via Traiana, raggiungere Terina dal Golfo Terineo o Lametino…” Gli abitanti di Terina furono dispersi da Annibale nel 203 a.C., ma la vera fine di Terina fu opera dei Saraceni nel 950 circa, che, distruggendo Lamezia (oggi Sant’Eufemia) e Aiello, distrussero Terina che si trovava tra queste due.
 L’interrogativo sull’esatta individuazione di Terina, città della Magna Grecia, fondata dai Crotoniati nel corso del VI secolo a. C., rimane ancora senza risposta e solo dopo che sarà trovata sarà anche possibile trovare il monumento sepolcrale eretto a Ligea. Ligea è raffigurata in varie monete di Terina: in alcune è seduta su un cippo mentre gioca con una palla lanciata con la mano destra, in altre riempie un’anfora con l’acqua che esce dalla bocca di un leone.