Ancora su Scilla e Cariddi

Ecco come Ovidio (Metamorfosi, XIII, 924 e sgg) narra l’episodio:        

Era un bel prato lì presso la spiaggia, cui parte copriva                                   

L’onda del mare, cingevano parte le tenere erbette,                                   

Che le giovenche cornute non morsero lè quiete                                   

Pecore mai non brucarono nè mai l’irsute caprette.                                   

…Per primo                                   

Sopra quel cespo sedetti seccando le madide nasse;                                   

E, per contarli, sul prato disposi con ordine i pesci (…)                                   

Tutti quei pesci cominciarono a muoversi al tocco dell’erba,                                   

Guizzano e saltano in terra così come fossero in mare.                                   

Mentre mi indugio e stupisco, lo stuolo di tutti quei pesci                                   

Gittasi dentro nell’onde native e me lascia e la spiaggia.  (…)                                   

Mi meraviglio, rimango perplesso, ne cerco la causa,                

se qualche nume abbia fatto il miracolo o il succo dell’erba.                  

Ma qual’è l’erba così portentosa? Ne velsi un pugnetto                                   

Con una mano e la morsi coi denti. Ma come la gola                                   

Ebbe inghiottito l’incognito succo, sentii trepidarmi                                   

Tosto i precordi e nel petto l’amore di un altro elemento.                                   

Poco potei rimanere sul lido e sclamai: – Vale, terra,                                   

Dove non ritornerò! – e m’immersi col corpo nell’onde.                                  

Gli dei marini degnarsi d’accogliermi come compagno;                                   

Pregar l’Oceano e Teti di tormi la parte mortale. (…)

Quando rinvenni trovai che del tutto non ero più quello                                   

c’ero già stato pel corpo e che l’animo aveno diverso.                                   

Di verde cupo mi vidi la barba allor tinta la prima                                   

Volta ed i lunghi capelli che strascico sul vasto mare;                                   

Vidi le braccia cerulee e gli omeri fatti stragrandi                                   

E, come cosa di pesce, ricurve le gambe all’estremo.”

Ecco la descrizione che Omero fa di Scilla (Odissea, XII, 112 e sgg)                                           

 “Scilla ivi alberga, che moleste grida                                               

Di mandar non ristà. La costei voce                                               

Altro non par che un guaiolar perenne                                               

Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce                                               

Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse,                                               

 Non mirerebbe in lei senza ribrezzo,                                               

Dodici ha piedi, anteriori tutti,                                               

Sei lunghissimi colli e su ciascuno                                               

Spaventosa una testa, e nelle bocche                                               

Di spessi denti un triplicato giro,                                              

  E la morte più amara di ogni dente.                                             

 Con la metà di se nell’incavo                        

Speco profondo ella s’attuffa , e fuori                        

 Sporge le teste, riguardando, intorno,                       

  Se delfini pescar, lupi, o alcun puote                        

Di Que’ mostri maggior che a mille a mille                        

Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre.                        

Né mai nocchieri oltrepassaro illesi:                        

Poichè, quante apre disoneste bocche,                        

Tanti dal cavo legno uomini invola”        

Secondo Virgilio Scilla fu trasformata in un essere che dal petto in su aveva sembianze di donna mentre dal petto in giù  aveva sembianze di lupo e di pesce. Narra infatti Virgilio dell’Eneide (III, 681-689)

Scilla dentro a le sue buie caverne                

Stassene insidiando; e con le bocche                

De’ suoi mostri voraci, che distese                

Tien mai sempre ed aperte, i naviganti                

Entro al suo speco a se tragge e trangugna.                

Dal mezzo in su la faccia, il collo e ‘l petto                

Ha di donna e di vergine; il restante               

  D’una pistrice, immane, che simili                

 A’ delfini ha le code, ai lupi il ventre.

           

Annunci

Miti e leggende greche locali: tra Calabria e Sicilia

  SCILLA E CARIDDI

    

          Nelle storie che ci sono state tramandate si narra che presso l’attuale città di Reggio Calabria, vivesse un tempo la bellissima ninfa Scilla, figlia di Tifone ed Echidna (o secondo altri di Forco e di Crateis).

Scilla, cui la natura aveva fatto dono di una incredibile grazia, era solita recarsi presso gli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un rumore provenire dal mare e notò un’onda dirigersi verso di lei. Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde ed i capelli, lunghi sino alle spalle, pieni di frammenti di alghe. Era un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glaucoche un prodigio aveva trasformato in un essere di natura divina. Scilla, terrorizzata alla sua vista perchè non capiva di che tipo di creatura si trattasse, si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva nelle vicinanze. Il dio marino, vista la reazione della ninfa, iniziò ad urlarle il suo amore e a raccontarle la sua drammatica storia. Era infatti un tempo Glauco un pescatore della Beozia e precisamente di Antedone, un uomo come tutti gli altri, che trascorreva le sue lunghe giornate a pescare. Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, ed aveva allineato i pesci sull’erba per contarli quando, appena furono a contatto con l’erba, iniziarono a muoversi, presero vigore, si allinearono in branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno al mare.

              

                Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare ad un miracolo o ad uno strano capriccio di un dio. Scartando però l’ipotesi che un dio potesse perdere tempo con un umile pescatore come lui, pensò che il fenomeno dipendesse dall’erba e provò ad ingoiarne qualche filo. Come l’ebbe mangiata, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino trasformarlo in un essere attratto irresistibilmente dall’acqua. Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono OceanoTeti di liberarlo dalle ultime sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce.

Scilla, dopo aver ascoltato il racconto di Glauco, noncurante del suo dolore, andò via lasciandolo solo e disperato. Allora Glauco pensò di recarsi all’isola di Eea dove sorgeva il palazzo della maga Circe sperando che potesse fare un sortilegio per far innamorare Scilla di lui. Circe, dopo che Glauco ebbe raccontato il suo amore lo ammonì duramente, ricordandogli che era un dio e pertanto non aveva bisogno di implorare una donna mortale per farsi amare e per dimostrargli quanto lui si sbagliasse a considerarsi sfortunato, gli propose di unirsi a lei. Ma Glauco si rifiutò di tradire il suo amore per Scilla e lo fece in modo così appassionato che Circe, furiosa per essere stata rifiutata a causa di una mortale, decise di vendicarsi.  Non appena Glauco se ne fu andato, preparò un filtro e si recò presso la spiaggia di Zancle, dove Scilla era solita recarsi. Versò il filtro nel mare e ritornò quindi alla sua dimora. Quando Scilla arrivò, accaldata dalla grande afa della giornata, decise di immergersi nelle acque limpide. Ma, dopo essersi bagnata, vide intorno a se mostruose teste di cane, rabbiose e ringhianti. Spaventata cercò di scacciarle ma, una volta fuori dall’acqua, si accorse che quei musi erano attaccati alle sue gambe tramite un lungo collo serpentino. Si rese allora conto che sino alle anche era ancora una ninfa ma dalle anche in giù spuntavano sei teste feroci di cane, ognuna con tre file di denti aguzzi.

Fu tale l’orrore che Scilla ebbe di se stessa che si gettò in mare e prese dimora nella cavità di uno scoglio vicino alla grotta dove abitava Cariddi.  Era questa figlia di Forco (o di Poseidone) e di Gea e per avere rubato ad Eracle i buoi di Gerione, Zeus la fulminò e la tramutò in un terribile mostro marino (alcuni autori narrano invece che fu uccisa da Eracle stesso, ma fu poi resuscitata da suo padre Forco) destinandola ad ingoiare e a rigettare tre volte al giorno l’acqua del mare. Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase innamorato dell’immagine di grazia e dolcezza che la ninfa un tempo rappresentava.

Scilla e Cariddi, entrambe spaventosi mostri marini, erano quindi l’una vicino all’altra a formare quello che le genti moderne chiamano “Lo Stretto di Messina” e mentre Cariddi ingoia e rigetta tre volte al giorno l’acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attenta alla vita dei naviganti con le sue sei teste cercando di ghermire altrettanti marinai.

Una leggenda greca in Calabria: Ligea!

                                                                                                                       
Ligea è una figura della mitologia dell’antica Grecia e di Roma. Nell’arte greca, fin dal periodo arcaico, fu raffigurata con busto di donna dalle braccia nude e con corpo di uccello con coda e ampie ali. Compare in statue isolate e in rilievi ad ornamento di tombe, generalmente in atto di suonare la cetra, oppure in vasi dipinti, mosaici, pitture, sarcofagi romani. Considerate originariamente geni della morte, le sirene, capaci di ammaliare gli uomini, hanno avuto larga parte nell’Odissea di Omero quali tentatrici, con il loro canto, del re Ulisse.
La loro sede fu variamente localizzata nell’Italia meridionale, mentre il loro numero variò da due a quattro. Erano considerate figlie di Forci e di Ceto. La leggenda dice che, compagne di giochi di Persefone, per non aver salvato dal rapimento da parte di Plutone la figlia di Demetra, furono da questa trasformate in sirene.       Nel 1998 su Piazzetta S. Domenico, nel mio paese, a Nicastro (oggi Lamezia Terme), in Calabria, hanno inaugurato una statua, opera dell’artista napoletano Dalisi, dedicata alla sirena Ligea.       Secondo la leggenda Ligea, la più piccola delle sirene, come le sue consorelle, subì un tragico destino. Decisa a morire, si affidò al mare in tempesta da cui si fece trasportare senza opporre resistenza finché non arrivò al Golfo di Sant’Eufemia. Fu trovata morta dai marinai sulla riva dell’Ocinaro, dove fu sepolta. Su una piccola isola formata da materiale ghiaioso trasportato durante le alluvioni fu eretto un gran monumento a suo ricordo. Si ipotizza che l’Okinaros altro non fosse che il fiume Bagni, la cui foce a quell’epoca molto frastagliata era circondata da una vegetazione molto fitta. “O viandante, se vorrai conoscere il percorso della sirena Ligea che sarà spinta dai flutti a Terina…I Faleri la seppelliranno nelle arene del lido contiguo ai vortici dell’Ocinaro dove era anche il sepolcro del Marte dalle corna di bue, dovrai attraversare la Via Traiana, raggiungere Terina dal Golfo Terineo o Lametino…” Gli abitanti di Terina furono dispersi da Annibale nel 203 a.C., ma la vera fine di Terina fu opera dei Saraceni nel 950 circa, che, distruggendo Lamezia (oggi Sant’Eufemia) e Aiello, distrussero Terina che si trovava tra queste due.
 L’interrogativo sull’esatta individuazione di Terina, città della Magna Grecia, fondata dai Crotoniati nel corso del VI secolo a. C., rimane ancora senza risposta e solo dopo che sarà trovata sarà anche possibile trovare il monumento sepolcrale eretto a Ligea. Ligea è raffigurata in varie monete di Terina: in alcune è seduta su un cippo mentre gioca con una palla lanciata con la mano destra, in altre riempie un’anfora con l’acqua che esce dalla bocca di un leone.

Zeus e le spose terrestri

IL MITO DI IO

Nei pressi di Argo sorgeva un tempio dedicato a Era, come sacerdotessa vi era una fanciulla bellissima, Io, figlia di un re. Zeus, che aveva notato quella bellissima fanciulla, le appariva sotto forma di un giovane cacciatore, di un principe o di un pellegrino, per attirarne l’attenzione, perché voleva fare di lei una delle sue mogli mortali. Ma, Io lo respingeva sempre, non voleva incorrere nell’ira di Era, della quale lei era sacerdotessa. Un giorno, mentre passeggiava davanti al tempio, una fulgida nube d’oro le apparve nel cielo e venne lentamente avvicinandosi. Poi una nebbia dorata calò piano sulla terra; improvvisamente la fanciulla si trovò avvolta in una polvere luminosa che le confondeva la vista: la nube d’oro scese fino a lei. Ed una voce le disse:

– Io, tu sei la mia sposa!

Alla sacerdotessa non rimase che accettare il volere di Zeus.

 

L’INSONNE ARGO

L’ira di Era non tardò ad arrivare. La vendetta sarebbe stata più dura se Zeus non avesse sottratto la fanciulla dall’ira di Era, infatti trasformò Io in una candida giovenca. Ma nonostante l’inganno la dea riuscì ad impadronirsi della giovenca e perché non tornasse più nella sua forma originale la affidò ad un lontano parente di Io, Argo, una strana creatura, che sebbene di origine divina, era un mortale dotato di una forza eccezionale. Ma quello che lo rendeva del tutto diverso dagli altri era il fatto di avere cento occhi, sparsi su tutto il corpo, affinchè non potesse sfuggirgli nulla. Dormiva solo con cinquanta occhi alla volta, in modo di averne altri cinquanta svegli. Era aveva scelto il guardiano ideale. Argo prese in consegna la giovenca, e la condusse in un solitario boschetto di ulivi presso Micene, la legò a uno degli alberi e le si sdraiò vicino.

 

IO LIBERATA

Zeus, non voleva lasciare la sua sposa mortale sotto le spoglie di una giovenca, ma non sapeva come fare e così si rivolse a suo figlio Ermes pregandolo di trovare una soluzione. Ermes oltre ad essere il dio dell’astuzia, era anche un ottimo musicista, appena nato aveva inventato la lira. Prese un flauto e si avvicinò tranquillamente ad Argo, fingendosi un povero pastore. Poi iniziò a suonare, ma così dolcemente che dapprima il mostro ne fu rapito, poi sentì una grande pace invadergli l’animo ed infine si addormentò con tutti i suoi cento occhi. Ed era ciò che voleva il dio, in un attimo tagliò la testa di Argo e liberò Io.

 

IL TAFANO

Era ricompensò Argo trasformandolo in un pavone e costellandolo di bellissimi occhi nero azzurri sulla coda. Ma la sua ira per Io non era placata, le scagliò un terribile tafano, che con le sue punture fecero impazzire la giovenca. Io si lanciò a galoppo tentando invano di fuggire dall’acuto morso, si gettò nel mare Ionio, a cui diede il nome, poi attraversò la Grecia da occidente a oriente passando per l’Illiria e per la Tracia fino allo stretto che poi si chiamò Bosforo, ossia “passaggio della giovenca”, il Caucaso, la Scozia, la Crimea, varcò a nuoto il Mar Nero, infine esausta giunse in Egitto dove invocò Zeus pregandolo di porre fine ai suoi tormenti.

 

EPAFO

Zeus le apparve, le passò una mano sul dorso ed Io riprese le sue sembianze. Poco dopo Io diede alla luce il figlio di Zeus, Epafo. Era, implacabile, rivolse contro il bambino la sua ira. Chiamò i Cureti, gli stessi che difesero Zeus neonato, ingiunse loro di rapirlo e di portarlo in lontane regioni. Così fu fatto ed Io riprese il suo pellegrinaggio alla ricerca del figlio. Zeus infuriato, fulminò i Cureti. Dopo lunghe ricerche Io ritrovò il figlio nella lontana Siria e lo riportò in Egitto, dove più tardi Epafo salì sul trono dei faraoni.

Zeus e le spose celesti

Metis

Prima di sposare Era, Zeus ebbe varie mogli, da lui scelte tra dee e titanesse, ma a nessuna di loro diede la corona di regina dell’Olimpo, ed anche dopo aver riconosciuto Era come regina, continuò ad avere altre spose tra le fanciulle mortali. Questi matrimoni erano necessari perché, il sommo fra gli dei doveva dar vita a molte divinità, spesso molto diverse tra di loro. Affinché tra gli uomini gli dei ci fosse una certa unione, era necessario che alcune stirpi di mortali avessero origini divina.

Tra le spose celesti più importanti la prima fu Metis, la saggezza, una divinità severa, figlia di Oceano: Zeus avrebbe voluto un figlio da lei in cui fossero infuse tutta la sapienza e la potenza sue e della madre. Inoltre era grato a Metis, che conosceva le arti magiche, perché gli aveva preparato il filtro che aveva costretto Crono a vomitare i figli divorati. Ma la sua ava Gea gli fece un orribile predizione:

– Zeus, è scritto nel libro del destino che il figlio nato da Metis si rivolterà contro di te come tu ti sei rivolto contro tuo padre, e in egual modo ti rovescerà dal trono. Breve sarà dunque il tuo regno: la tua punizione è vicina – gli disse.

Zeus rimase impressionato, ma non rinunciò al figlio che attendeva. Raccolse tutte le sue energie divine e avvolse in esse Metis come in un manto di luce; poi le riassorbì in esse e con esse assorbì la sposa che faceva tutt’uno con lui, si confondevano con la stessa persona. Anche il figlio che stava per nascere fu accolto così dal dio e, poco dopo, uscì dal suo cervello sotto forma di una guerriera armata, già adulta, che rimase sempre legata al padre: era la dea Atena.

Temis

La seconda sposa di Zeus fu la titanessa, Temis, la Giustizia, figlia di Urano e di Gea. Il dio la sposò per avere dei figli che lo aiutassero a governare equamente gli uomini e la natura, infatti, ebbe da lei le Ore, che presiedono il trascorrere del tempo e l’alternarsi delle stagioni, le tre Moire (Parche per i romani), alle quali era affidato il destino degli uomini. La più grande di loro, Cloto, ebbe due rocche, una di lana nera e una di lana bianca, a seconda che il destino che preparava fosse sventurato o felice; alla seconda, Lachesi, fu dato un fuso perché filasse i vari destini; la terza, Atropo, ebbe le forbici per tagliare il filo ogni qualvolta una vita giungeva al temine. Esse abitavano in una caverna sotterranea, simbolo dell’oscurità che avvolge il destino umano.

Mnemosine

Mnemosine, la Memoria, fu la terza moglie di Zeus, che raggiunse nei boschi della Beozia e la chiese in sposa, per avere figli che proteggessero le arti e le scienze degli uomini. Nacquero nove figlie, le Muse, ispiratrici delle arti. Clio, musa dell’epica e della storia, esaltatrice delle migliori gesta degli uomini; Euterpe, musa della musica; Talia, musa della commedia e più tardi anche dell’agricoltura; Melpomene, musa del canto e della poesia drammatica; Tersicore, musa della poesia lirica e della danza; Erato, musa della poesia amorosa e della geometria; Polinnia, musa del canto sacro; Calliope, musa dell’elegia; Urania, musa dell’astronomia. Esse rappresentavano la cultura per lo spirito greco.

La prima gara di canto

Le nove Muse erano anche chiamate Pieridi. Viveva in Macedonia il re Piero, il quale aveva nove figlie abilissime nel canto. Un giorno sfidarono le Muse in una gara di canto. Giudici sarebbero state le ninfe. Le prime a cantare furono le figlie di Piero, e le ninfe applaudirono commosse, ma quando venne la volta delle Muse, vi fu un grande silenzio perché, il loro canto era stato così dolce e, insieme, così ricco di cose profonde, che le ninfe rimasero incantate, ed attribuirono il premio alle Muse. Le figlie di Piero, per punizione del loro orgoglio, furono mutate in stridenti piche. Da allora le muse furono chiamate Pieridi, ossia vincitrici delle figlie di Piero.

Demetra ed Era

Demetra, figlia di Crono fu sposa di Zeus e la loro figlia infelice fu Persefone (Proserpina per i romani). Ma la sposa che era destinata a restare al fianco di Zeus era Era. Per molto tempo Zeus cercò di conquistare il suo amore, ma la dea lo rifiutava. Un giorno mentre Era con alcune ninfe passeggiava lungo le pendici del monte Tornace, nell’isola di Samo, venne sorpresa da un uragano. Le fanciulle trovarono riparo in una grotta, un piccolo cuculo, dopo aver svolazzato un poco davanti a loro venne a rifugiarsi, fradicio di pioggia e intirizzito, tra le vesti di Era. La dea lo tenne fra le mani per riscaldarlo, ad un tratto l’uccellino fuggì da lei e subito si trasformò in una figura radiante. Era Zeus che le appariva in tutta la sua gloria ed ancora una volta la chiese il sposa. Era non seppe rifiutare, le nozze furono celebrate nell’isola di Creta. Tutti gli dei furono presenti e portarono dei doni ma nessuno superò quello di Gea: un albero che dava frutti d’oro. Era non ebbe molto fortuna con i figli infatti quelli più noti furono Ares ed Efesto.

Leto

Leto (Latona per i romani), diede a Zeus i due gemelli da lui prediletti, Apollo e Artemide. Leto suscitò la gelosia di Era, perché aveva dato due figli bellissimi al sommo Zeus. La scacciò dall’Olimpo, fece uscire da uno sporco pantano un orribile mostro, il serpente Pitone, a cui diede l’ordine di inseguire la sventurata dovunque andasse. Poi, si rivolse alla Terra vietandole severamente di offrire rifugio a Leto, che vagò dappertutto in cerca di asilo, ma venne sempre respinta. Tutti avevano paura di sfidare Era. Anche dei contadini si presero beffe di lei, Leto si rivolse al cielo una preghiera, chiamandolo a testimonio di tanta ingiustizia, che i malvagi contadini furono trasformati in ranocchie. Finalmente Posidone, che viveva nel profondo degli oceani, ebbe pietà di lei e, poiché la terra si rifiutava di accoglierla, percosse il fondo del mare con il suo tridente e fece emergere l’isola di Delo, la quale galleggiando sulle acque, non apparteneva alla terra. I due fanciulli nacquero sull’isola e le ninfe accorsero per prendersi cura di loro.

Maia

Maia, discendente dei Titani figlia di Atlante, fu anch’essa una sposa di Zeus, da lei nacque Ermes il dio astuto. Zeus la incontrò nei boschi di Arcadia, dov’ella risedeva, e abitò con lei nella grotta Cillenia. Era non si mostrò gelosa, e si offrì di allattare il bambino. Tanta era l’abbondanza del suo latte che una volta ne schizzarono alcune stille nel cielo e vi rimasero trasformate in un grande sciame di stelle: la Via Lattea. Quando Maia, fu ammessa in cielo insieme con le sue sorelle, fu trasformata nella più elegante e gentile delle costellazioni: le Pleiadi.

 

Le origini del mito: in principio era il Caos!

LA PRIMA COPPIA DIVINA

Nella notte dei tempi esisteva uno spazio infinito, buio e assolutamente vuoto: il Caos. In queste tenebre apparvero alcune divinità primordiali: le prime furono, Gea, la terra ed Eros, l’amore. Gea, immensa e senza precisa forma, si stendeva per gran parte del Caos; Eros, anche lui era indefinito. Altri esseri si aggiunsero a questi creando un primo movimento fra gli dei e gettando le basi della loro stirpe futura: Erebo, lo spirito delle tenebre, che su consiglio di Eros si cercò una sposa, la Notte. Nacquero due figli: Etere, la luce celeste, e il Giorno, la luce terrena. Gea, creò Urano, il cielo, quindi cercò di fare un po’ di ordine separando i continenti dalle acque, facendo sorgere le montagne e aprendo spazi alla vasta distesa del mare, Ponto.

 

 IL PADRE CONTRO I FIGLI

Gea ed Urano, terra e cielo, formarono la prima coppia divina e dominarono l’universo. I due sposi ebbero molti figli. I sei Titani e le sei Titanesse, enormi creature destinate ad aiutarli come ministri nel governo dell’universo. I tre Ciclopi, grandi come i titani ma meno intelligenti e dotati di un solo occhio posto in mezzo alla fronte. Infine, i tre Centimani, mostri con cento braccia e cinquanta teste. Ben presto Urano cominciò ad essere spaventato delle propria discendenza. I Titani, erano delle belle creature, intelligenti tanto da poter dominare gli elementi, sia inventando le varie arti, sia per mezzo di formule magiche, ma appunto per questo potere potevano essere pericolosi e opporsi al padre. I Ciclopi erano poco intelligenti e violenti: avevano fabbricato la folgore e turbavano continuamente la pace del cielo. I Centimani, poi erano dei veri indemoniati e sconvolgevano la natura con terremoti, uragani e disastri d’ogni genere. Urano pensò di sbarazzarsi degli ultimi sei figli, fece prigionieri i Ciclopi e i Centimani e li sprofondò nelle viscere della terra. Questo gesto così improvviso suscitò l’ira di Gea che amava tutti i suoi figli ed anche una preoccupazione nei Titani che temevano di essere trattati allo stesso modo, si accordarono con la madre per eliminare Urano. Tra i Titani vi era uno, Crono, che era il più ardito, infatti Gea consegnò a lui la prima arma che costruì, lo esorto con questa ad attaccare il padre. Egli non esitò un attimo ad uccidere Urano, che precipitò da cielo mentre dal sangue delle sue ferite nascevano i Giganti, mostri immani con le gambe di serpente, le Erinni, spiriti della vendetta, e infine da una goccia di sangue piovuta nel mare, Afrodite, la dea della bellezza, dell’amore e della vita.

CRONO E REA SUL TRONO CELESTE

Morto Urano, suo figlio Crono salì sul trono celeste accanto alla sua sposa e sorella, la titanessa Rea. Crono e Rea furono la seconda coppia divina. Durante il regno di Crono nacquero molti altri dei, i più importanti furono i figli di Notte: Tanatos, la morte; Ipnos, il sonno; Momos, la derisione; le tre Moire, che stabiliscono il destino degli esseri; Nemesi, la giustizia che punisce, ed Eris, la discordia. Anche Ponto, il mare, ebbe una famiglia molto importante fu suo figlio Nereo, lo spirito del mare tranquillo, il quale sposata la figlia di un titano, Doride, ebbe cinquanta figlie, le Nereidi, divinità marine. I Titani, poi ebbero una prole numerosissima; tremila ninfe Oceanine, figlie dell’ Oceano e di Teti; e le tre divinità della luce: Elio, il sole, Selene, la luna, ed Eos, l’aurora, le figlie del titano Iperrione e della titanessa Tea. Urano non si sentiva sicuro sul trono pensava che come lui aveva spodestato il padre anche uno dei suoi figli potesse farlo. Spinto dalla paura, decise di uccidere tutti i figli che Rea gli avesse dato, ingoiandoli via via che nascevano. Così avvenne per i primi cinque figli: Estia, Demetra, Era, Ade e Posidone: ma alla nascita del sesto figlio, Zeus, la madre si ribellò e volle salvarlo. Prese un masso lo avvolse nelle fasce in moda da farlo sembrare un neonato e lo presentò a Crono il quale lo divorò senza alcun sospetto, così Zeus fu salvo. Una volta divenuto grande Zeus non esitò a muovere contro il padre, per prima cosa lo costrinse a ridare alla luce i fratelli che aveva divorato. Ma le ambizioni del giovane dio erano molto grandi: voleva il trono celeste.

 ZEUS CONTRO IL PADRE

Così ebbe inizio la guerra tra gi dei che era destinata a durare a lungo. Zeus riuscì ad allearsi con quattro dei Titani, tra cui Oceano e Iperone, scese poi nelle viscere della terra nel Tartaro, dov’erano ancora incatenati i Ciclopi e i Centimani imprigionati da Urano, li liberò a patto che si alleassero con lui, quindi si ritirò con i suoi fedeli alleati sul monte Olimpo. Crono, raccolse i suoi seguaci sul monte Ocri. Dieci anni durò la guerra tra padre e figlio, ma Zeus disponeva armi formidabili i Ciclopi gli avevano dato il loro terribile fulmine, e i Centimani con le loro cento braccia scagliavano contro il cielo intere montagne. Infine i Titani rimasti fedeli a Crono furono abbattuti e sprofondati nel Tartaro deve rimasero incatenati. Distrutto Crono, Zeus salì al trono ma Gea che era felice per la liberazione dei suoi figli Ciclopi e Centimani ma altri suoi figli ora erano imprigionati. Per vendicare la sorte dei figli creò un orribile mostro con cento teste, Tifone, dai duecento occhi lampeggianti, lo incitò contro Zeus. Ma il nuovo sovrano possedeva il fulmine e con quello lo abbatté. Ma Gea non si arrese e chiamò in suoi aiuto i Giganti, nati dal sangue di Urano, ordinò loro di salire alla residenza di Zeus. Subito, con le loro forze immani, essi accatastarono montagne su montagne: il Monte Ossa sull’Olimpo, il Pelio sull’Ossa, formando un enorme cumulo dal sommo del quale presero a scagliare macigni contro il cielo. Fu una battaglia molto cruenta, ma Zeus era aiutato da tutti gli dei e i Giganti furono sconfitti. Ognuno di loro venne incatenato sotto un vulcano, dove vomitavano fuoco per la loro ira.

 

LA TERZA COPPIA DIVINA

Il regno di Zeus iniziò. Stabilì la sua sede sull’Olimpo, affidando al fratello Posidone il regno del mare, ad Ade il regno sotterraneo delle regioni infernali, tenendo per se il cielo e l’autorità suprema su tutto il creato. Sposò Era e con lei formò la terza coppia divina.